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La cuoca in cucina
Il Carnevale

Il Carnevale a Roma

Il Carnevale Romano occupava un posto di rilievo fra le tradizioni popolari più importanti della città. Consisteva infatti in una festa pubblica molto grande che durava 8 giorni e si concludeva la notte del "Martedì grasso", il giorno prima dell'ingresso in Quaresima.
L'abitudine di indire festeggiamenti prima della Quaresima ha inizio nel X secolo sotto forma di giochi e tornei; solo più tardi tale tradizione si tramutò in feste di piazza. Divenne un avvenimento molto importante che richiamava gente anche fuori della città. Durante il Rinascimento la fama del Carnevale Romano superò addirittura quello di Venezia. L'importanza di questa festa era principalmente fondata sul fatto che prima della Quaresima erano consentite la trasgressione di alcune rigide disposizioni (durante la Quaresima infatti erano proibite le rappresentazioni teatrali), e i poveri impegnavano o vendevano quanto potevano per gozzovigliare e fare stravizi nelle osterie. Inoltre durante questi giorni si temevano rivolte perché girando mascherati si poteva passare inosservati. Il primo luogo dei festeggiamenti del Carnevale Romano fu piazza Navona, allora Platea in Agone, (successivamente si aggiunse il Monte Testaccio) dove sin dal Medioevo si svolgevano "tauromachie" , tornei di cavalieri simili al saracino. Verso la metà del '400 i festeggiamenti cambiarono sede per ordine di Papa Paolo II che colse l'occasione per valorizzare il suo Palazzo Venezia appena costruito in piazza Venezia, a ridosso della Basilica di S. Marco. Come teatro delle feste carnevalesche fu scelta Via del Corso (allora Via Lata) dove si svolgeva una bizzarra corsa di zoppi, deformi, nani ed ebrei anziani. Il popolo gioiva alla vista degli strani competitori e non risparmiava loro con improperi e lanci di ogni sorta di oggetti. Ma a parte questa "barbarica", direi, manifestazione, si sfilava in maschera (i personaggi più in voga erano i personaggi della Commedia dell'Arte), si facevano feste e balli pubblici che duravano tutta la notte con lanci di confetti di gesso colorati detti "sbruffi" (i nostri coriandoli). Di giorno erano molti a travestirsi, ma dopo il tramonto era vietato indossare maschere in volto per pubblica sicurezza. Le maschere erano confezionate in cartapesta o cera. L'evento più atteso era però la Corsa dei Barberi, una razza di cavalli molto muscolosa. Questa corsa aveva sostituito la corsa degli storpi. Se ne faceva una al giorno prima del tramonto, per tutti e otto i giorni di festa, tranne il venerdì, il sabato e la domenica, giorni in cui erano vietate le corse e le mascherate (ecco perché abbiamo l'attuale giovedì Grasso e poi il Martedì Grasso). La corsa dei Barberi consisteva nel lanciare i cavalli, senza fantino, da piazza del Popolo, gremita di gente, fino a piazza Venezia. Qui si teneva un telone per fermare i cavalli mentre i mozzi di scuderia, i "barbareschi", davano sfoggio di coraggio e si gettavano tra loro tentando di bloccarli. Il proprietario del cavallo vincitore riceveva in premio un palio (drappo di stoffa preziosa e ricamata) le cui spese erano sostenute dagli ebrei. Nel 1874 dopo la morte di un ragazzo, che durante la corsa attraversò la strada, Vittorio Emanuele II abolì la manifestazione. Questo segnò la fine dei festeggiamenti del Carnevale Romano.

Maschere

Le maschere sono sempre state usate fin dall'intichità, per incutere terrore al nemico (si pensi ad esempio alle maschere guerresche usate da molti popoli durante le battaglie). Le maschere del Carnevale Romano invece, erano per lo più maschere del popolo e dei nobili interpretandone i vizi e le virtù. Quelle più caratteristiche furono sicuramente Rugantino e Meo Patacca. Rugantino deriva dalla parola "ruganza" ovvero arroganza. Rugantino Il primo Rugantino infatti venne rappresentato vestito come capo dei briganti. Con il tempo queste caratteristiche si persero lasciando il posto ad una maschera che rappresentava sempre di più il giovane fanfarone di quartiere un po' delinquente e sbruffone. Era vestito come un popolano con un abbigliamento povero, brache al ginocchio consumate, fascia intorno alla vita, camicia-casacca bianca e fazzoletto al collo. Meo Patacca Rappresenta invece il tipico popolano indolente e attaccabrighe: un bullo facile alla rissa. Il nome deriva dal termine "patacca" che indicava la misera paga del soldato una piccola somma. Era vestito con calzoni stretti al ginocchio da legacci, giacca in velluto, sciarpa e retina sui capelli facendone uscire solo un ciuffo. Il coltello era un altro elemento necessario.

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